DICONO DI ME
L’incontro con il lavoro di Antonio Schiavano a Torino, e in particolare con The Beauty and the Bane, non è stato per me un semplice momento estetico, ma un’esperienza quasi rivelatoria. C’è qualcosa, nel suo linguaggio, che scava sotto la superficie dell’immagine e costringe a sostare in uno spazio scomodo, dove il concetto stesso di bellezza si incrina.
Ho riconosciuto, in quelle alterazioni materiche una verità che mi appartiene da sempre. Crescendo, ho subito forme di bullismo legate al mio aspetto fisico, giudizi che non erano mai semplici parole, ma incisioni profonde, capaci di sedimentarsi e restare. Anche oggi, adulta, con una famiglia, un marito, dei figli, degli amici che mi amano, porto dentro una voce che non si è mai davvero spenta. È una voce che continua a chiedermi di essere diversa, più magra, più armoniosa, più “giusta”.
Eppure, guardando The Beauty and the Bane, ho percepito una sorta di legittimazione del difetto, o meglio, della trasformazione. Come se la bellezza non fosse un punto d’arrivo, ma un processo instabile, talvolta persino doloroso. Quelle immagini mi hanno fatto sentire vista, non nel senso più superficiale del termine, ma in quello più profondo e quasi crudele: riconosciuta nelle mie contraddizioni.
Questa riflessione si è amplificata ulteriormente guardando The Beauty di Ryan Murphy. Anche lì, seppur con un linguaggio completamente diverso, si affronta il tema della bellezza come costruzione sociale, come gabbia, come promessa che spesso si rivela ingannevole. Se Schiavano lavora per sottrazione e distruzione dell’immagine, Murphy la esaspera, la rende spettacolo, ma il punto d’arrivo è sorprendentemente simile: ciò che chiamiamo “bello” è spesso un dispositivo di controllo, più che una verità.
Oggi sono una donna che, oggettivamente, ha raggiunto una forma fisica che un tempo desiderava. Ho fatto anche piccole correzioni estetiche, scelte consapevoli, non negate. Eppure, ogni volta che mi guardo allo specchio, non vedo ciò che sono, ma ciò che sono stata. La “grassona”, come mi chiamavano, è ancora lì, impressa in uno sguardo che fatica a rinnovarsi.
Ed è forse proprio qui che l’arte di Schiavano si rivela necessaria: perché non consola, non addolcisce, non offre soluzioni facili. Ma apre uno spazio di consapevolezza. Ti mette davanti a una verità scomoda, sì, ma anche liberatoria: la bellezza non è mai innocente, e imparare a guardarla, davvero, significa anche imparare a guardarsi con una lucidità nuova, meno indulgente forse, ma più autentica.
Qualche giorno fa, uscendo da Il Silenzio delle Ombre, ho sentito che ogni passo verso l’uscita era un’eco, un residuo dolce-amaro di ciò che ho visto, sentito, percepito. È come se fossi uscito da un romanzo e quel romanzo è “La campana di vetro” di Sylvia Plath, o forse qualcosa di più visionario come “Il Buio oltre la siepe”, ma capace di trapassare il visibile e scavare nell’anima.
Mi ha colpito come Antonio Schiavano alla fine non mostri luce contro buio, non costruisca contrapposizioni nette, ma intrecci ombra e bellezza, imperfezione e verità. L’ombra, quella che normalmente assoceremmo a qualcosa che nasconde, qui diventa materia viva, protagonista. Le sue opere, dialogando con la matericità, con i riflessi, le imperfezioni, le attese, sono come pagine non scritte in un diario segreto che aspetta solo che io, spettatore, le completi con la mia memoria, il mio sguardo.
“Fotomorfia”, questo neologismo inventato da Schiavano, per me è la parola che racchiude tutta la tensione del romanzo interiore: l’immagine che si trasforma, che si spezza e si ricompone, che oscilla tra realtà e rappresentazione. In ogni sala ho sentito che l’artista mi invitava a guardare non solo con gli occhi, ma con le mani interiori, con ciò che resta dopo che il visibile si ritira: la tensione, la fragilità, il desiderio di bellezza che sopravvive nell’ombra.
Come il protagonista che resta sospeso tra due mondi, quello che appare e quello che intimamente siamo, anch’io ho provato la vertigine di riconoscermi nelle sfumature, nelle attese, nei riflessi deformati. È un’esperienza che non si dimentica, una narrazione fatta di silenzi e ombre che parla di me, di te, di noi.
Grazie, Antonio, per averci mostrato che l’ombra non è assenza, ma racconto silenzioso, rivelazione.
La mia non la chiamerei una recensione, quelle appartengono ai giornali, ai critici, agli scaffali polverosi. La mia è piuttosto una ferita luminosa, un sussulto dell’anima che la sua mostra Il Silenzio delle Ombre ha inciso dentro di me.
Passavo da Brindisi per un matrimonio, vestita di fretta e distratta dal frastuono della festa imminente. Eppure, nelle ore che mi hanno condotta alla cerimonia, non ho potuto pensare ad altro che a quelle ombre, ai loro silenzi che gridano, che respirano, che danzano sulle pareti come voci trattenute. Non era una semplice visita, ma un innesto: le sue opere hanno attecchito nella mia carne.
Con la mia Parker fedele, quella che mi accompagna come un talismano, non ho resistito, ho scritto sul libretto degli sposi! Non ci ho pensato due volte: bisognava che la poesia nascesse lì, nello stesso respiro in cui avevo accolto la sua mostra. Una confessione improvvisa, un canto trascritto di getto tra le pagine di un amore altrui. Tornata a casa, l’ho ricopiata al computer, ma le assicuro: l’inchiostro originario ancora pulsa.
E oggi la condivido con Lei, perché le appartiene tanto quanto a me. Perché senza le sue ombre io non avrei trovato queste parole.
Con la dedizione e la follia che solo una dottoressa poetessa può permettersi,
Ilenia Bandolo
Ombre silenziose
Sempre abbiamo temuto le ombre,
come se fossero colpa o mancanza,
eppure esse sono il respiro segreto della luce,
la sua testimonianza più fedele.
Nel buio che si posa sulle cose
c’è un annuncio di splendore,
un ricordo inciso nei muri,
un abbraccio che scolpisce i volti.
Non esiste ombra senza sole,
così come non esiste dolore senza amore.
Il silenzio che abita le zone oscure
è soltanto un’altra forma di canto,
una musica sommessa che ci accompagna.
E allora imparo a non fuggire,
a sostare nei chiaroscuri del cuore:
lì la verità si rivela più nuda,
lì la bellezza nasce dal contrasto,
lì mi riconosco per intero
nelle ombre silenziose che mi abitano.

Trovo l’idea che sta dietro al progetto The Beauty and the Bane davvero profonda. Avendo una figlia adolescente vittima dei social network, delle influencer, delle tendenze online capisco l’urgenza di comunicare questo messaggio in qualsiasi forma. Ha solo 15 anni e mi ha già chiesto di sottoporsi ad un intervento di chirurgia estetica. Mi sono ovviamente rifiutato di assecondarla, ma temo che appena raggiunti i 18 anni vorrà procedere in autonomia. A tal proposito ho deciso di omaggiare questa riflessione con un mio componimento in lingua pugliese, lingua della mia defunta madre, donna bellissima, attrice di teatro che a causa di un incidente stradale si ritrovò con una orrenda ferita sulla guancia destra, ma che nonostante questo, mai smise di emanare bellezza: la bellezza unica della sua imperfezione.
Fòsce
⸻
Crìje ’na facce
ca mo’ no s’conòsce cchiù
Era bbella
ma bbella
comu nu’ quadro stampatu
mo’
ce sta ‘n’urtu
’n colpu d’pittura
’n tagghiu
’n grattacore
L’arte mo’ no sciosce
la lev’
la scav’
comu ’na manu ca cerca
’ntra le pieghe
E tuttu quidd’ ca pareva
rimaste appiccecate
comu ‘nu specchiu
se sfrangia
Na facce
senza nomme
ma cu tuttu lu core
mbràccia allu veru
Ogni segnu
è ‘na verità
ca vene fore
e la bbellezze
mo’
pare viva.

a me piace dipingere e per adesso sto affrescando le pareti della mia casa in campagna in pianura padana e mentre cercavo ispirazione online sono finita a scoprire “The Beauty and the Bane”. Innanzitutto complimenti per il gioco di parole che richiama il film “The Beauty and the Beast” per affrontare poi questo dualismo tra la bellezza canonica e quella autentica, alludendo quindi al fatto che nella società odierna sia proprio la bellezza stereotipata la “Beast” della situazione. Applausi!
Penso che Antonio Schiavano sia un artista vero, di quelli che smuovono l’anima. A 90 anni credevo di aver visto tutto, ma il suo The Beauty and the Bane mi ha tolto il fiato. Quelle immagini ferite, consumate, eppure così vive! Mi sono sentito di fronte a uno specchio dell’esistenza, dove la bellezza non è solo superficie, ma respiro, sofferenza, memoria. Mi sono innamorato di questa visione, al punto da scrivere una poesia ispirata alle sue opere. Grazie per avermi ricordato che l’arte può ancora sorprendermi.
The Beauty and the Bane
Sventrata bellezza,
dai crateri del tuo viso
sgorga il pianto dell’arte.
Non sei più specchio liscio,
né curva senza peso,
ma cicatrice viva,
che grida il tuo nome
contro il soffio arrogante della perfezione.
Hanno inciso il tuo corpo,
pelle di seta strappata,
perché non potessi più servire
il dio delle ombre lisce,
quello che tutto standardizza
e nulla redime.
Ma tu, ribelle muta,
hai spalancato la bocca:
non per sorridere,
ma per inghiottire il giudizio,
l’ideale fasullo
che ti ha imposto il silenzio.
Oli e vernici,
abrasioni e ferite,
ti hanno fatto vera,
come la pietra che si spezza
e rivela il diamante nascosto.
Nelle tue crepe ho visto
la fragilità dell’umano,
l’orrore del conformarsi,
e l’infinita grazia
di chi si rifiuta di essere domato.
Sei il corpo della terra,
il volto della ribellione,
il canto stonato
che rompe la marcia dell’uguale.
E nella tua distruzione,
nel tuo disfarsi,
sei rinata.
Non come bellezza,
ma come verità.
I am truly captivated by the concept behind “The Beauty and the Bane” project! I deeply appreciate this type of artistic research, this approach to work, and, above all, the critique of the culture of standardized beauty and beauty at any cost. We are so manipulated by those in power who dictate what is considered beautiful, that we are willing to undergo invasive surgeries just to delay aging or to appear as “beautiful” as celebrities. Beauty has become a commodity, with large corporations thriving and growing richer by fueling our sense of inadequacy and our pursuit of homogenized beauty. This is precisely why this project holds immense significance! It seeks to expose this false, standardized beauty and return to authenticity, to the original and indelible beauty that makes us unique, that allows us to be ourselves… and most importantly, to stand out and not be forgotten.
Ho avuto l’opportunità di ammirare personalmente alcune delle fotografie di Antonio Schiavano alla fiera d’arte contemporanea di Unfair 2024, su consiglio di un suo collaboratore, un tempo tra i migliori attori nella mia compagnia. Sono rimasto profondamente colpito dal progetto “Languishing”, in cui ogni soggetto sembra essere il protagonista di un dramma teatrale che si dipana sotto gli occhi di uno spettatore capace di condividere le stesse emozioni e quindi di sperimentare una piena empatia. Ho apprezzato enormemente la maestria tecnica e l’attenzione dedicata ai testi descrittivi. Torno in Sicilia con nuove ispirazioni per i miei futuri progetti. I miei più sinceri complimenti.
Apprezzo lo studio e la ricerca che sta dietro ogni scatto di questo fotografo. È palpabile come niente sia lasciato al caso, ma frutto di un talento che è innato in un vero artista: qualcosa che non si può imparare, ma solo ammirare e goderne, forse anche con un po’ di sana invidia.
I found Antonio googling for inspiring photographers and I think this site is a perfect portfolio of a great artist of Light. Keep it up Mr. Schiavano. It will be a pleasure for me to follow your work!